sabato 20 marzo 2010

Per rimanere buoni cattolici bisogna diventare protestanti?

Roma, febbraio 2010, sotto il regno di Benedetto XVI, in una chiesa del centro storico: partecipo alla Messa di mattina presto. Pochi fedeli.

Suona la campana ed entrano diversi preti, tutti con il foglietto della Messa in mano.
Al posto del messale, presso la sede del celebrante c'è un altro foglietto.
Sull'altare, sopra il messale, ancora un ennesimo foglietto da cui il sacerdote legge tranquillamente persino l'orazione super oblata.
Le letture, benchè sia presente (ed obbligatorio) il lezionario, vengono fatte da improvvisati lettori usando il foglietto. In più, i lettori sono stranieri, e la comprensione della parola di Dio ve la lascio immaginare.
La colletta iniziale non è una delle due previste per quella domenica, e viene chiusa dal celebrante con una formula breve anzichè con la formula d'intercessione corretta, quella lunga, in modo del tutto arbitrario.
La preghiera d'offertorio (orate fratres) viene stravolta declinando tutto alla prima persona plurale (preghiamo... il nostro sacrificio...).
Alla consacrazione, il sacerdote non genuflette, ma compie degli inchini in stile orientale a metà fra il ridicolo e il patetico.
Il concelebrante che all'Agnus Dei porta dal tabernacolo la pisside con Nostro Signore lo fa con la disinvoltura di chi maneggia i pop corn al cinema.
La genuflessione immediatamente seguente è omessa.
Dopo la comunione, la benedizione (?) è un mix fra le due formule, col risultato di una formula senza alcuna coerenza logica creata incollando la prima parte della benedizione (vi benedica...) e la seconda dell'altra formula (discenda su di voi...).
Il congedo dell'assemblea, per il medesimo cortocircuito intellettuale, è declinato parimenti alla 1a plurale (andiamo in pace).

Quaranta minuti di queste piacevolezze rendono attuale l'interrogativo sul celebrante che ha officiato questa Messa, resa valida unicamente dalla bontà di Nostro Signore che si è transustanziato egualmente: è ignorante o è in malafede?

Nel 1970, mgr Marcel Lefebvre pubblicava un sermone da cui questo post prende il titolo: "Per rimanere buon cattolico occorre farsi protestante?". Esattamente 40 anni dopo, siamo ancora - tragico dirlo - al medesimo punto.
E' possibile che un fedele non possa partecipare alla Messa come è suo diritto, avendo la Messa normata dalla Chiesa, ma deve subire le mattane del "presiedente" di turno? Mentre spira l'aura mortifera di un ritorno ai riti passati, con il revival di Messe col rito di san Pio V che cercano di far leva soprattutto sul giusto sentimento dei fedeli disgustati dai propri preti che celebrano come sopra, questi ultimi che fanno?
Niente, proseguono impunemente a fare di testa loro, a mutilare, ad aggiungere, a fare "liturgia creativa" che distrugge la venerazione per la Messa e per la liturgia e che offende il Signore, con un'arroganza clericale peggiore di qualunque altra perchè mascherata da "sollecitudine pastorale", da "modernità", da "fare comunità", mentre non è che l'espressione dei loro giudizi personali (e sbagliati).
E tutto questo nella città del Papa, sotto il suo naso, mentre egli si affanna a esortare al rispetto della liturgia.

Di qui comunione in ginocchio, celebrazioni ad orientem, croce sull'altare. Di là del Tevere, il ciarpame di cui sopra.
E il fedele consapevole continua a rodersi il fegato e a pensare che, se essere cattolici significa rimanere legati a queste parodie illegali e quasi sacrileghe, l'unico modo per salvarsi l'anima sia di diventare protestanti, e di rifiutare la partecipazione a queste pagliacciate.
E lungo la strada del ritorno, uscendo di chiesa, non può fare a meno di pensare che - messo con le spalle al muro - fra mons. Lefebvre e questo "celebrante" non avrebbe dubbi su chi scegliere per salvarsi l'anima.
Queste, per chi non l'avesse capito, sono le cose che più nuocciono alla riforma liturgica e più piacciono alla propaganda lefebvriana.

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